Obbligo di indicare negli accertamenti le aliquote IRPEF applicate per determinare l’imposta.

Norma semplice, ma interpretazione della Cassazione complessa e contraddittoria.

L’art. 42, titolato “ Avviso di accertamento”, del dpr 600/73 prescrive: “ …. L’avviso di accertamento deve recare l’indicazione dell’imponibile o degli imponibili accertati, delle aliquote applicate e delle imposte liquidate, al lordo e al netto delle detrazioni,…. L’accertamento è nullo se l’avviso non reca la sottoscrizione, le indicazioni e la motivazione di cui al presente articolo.”

La volontà del legislatore è chiara ed univoca ne è l’interpretazione:  tra le indicazioni obbligatorie è prevista quella di riportare le aliquote applicate e le imposte liquidate.

Tale prescrizione si lega al fatto che nel sistema fiscale italiano, per rispetto della Costituzione, le imposte sui redditi devono essere determinate con aliquote e scaglioni progressivi. L’effetto è che l’imposta è una mentre le aliquote applicate sono piu’ di una in funzione degli scaglioni interessati in base al reddito. Più alto è il reddito, maggiore è il numero di scaglioni ed aliquote utilizzate.

Dalla riforma fiscale IRPEF, gennaio 1974, le aliquote e gli scaglioni sono cambiate di numero e dimensioni più volte. Nel 2012 le aliquote sono cinque 23-27-38-41-43 per gli scaglioni fino a 15, da 15 a 28, da 28 a 55, da 55 a 75, oltre 75.  Negli anni ’80 le aliquote erano 9, da un minimo del 12% su lire 6milioni di reddito ad un max del 62%  per un reddito oltre i 600milioni. Nel tempo le aliquote minime e massime sono diminuite con notevole riduzione degli scaglioni massini ed aumento di quelli minimi in spregio al principio dell’utilità marginale posto a base della progressività a scaglioni prevista dalla Costituzione. Ma è un altro argomento.

Per la fattispecie in esame, affermare che per il rispetto della norma, art. 42 del 600/73, è sufficiente indicare l’aliquota minima e massima, saltando l’indicazione di quelle intermedie, equivale a dire cosa diversa da ciò che è scritto in essa che per la “omessa indicazione” prescrive addirittura la nullità dell’accertamento nel suo insieme.

A conferma di ciò, numerose sentenze della Suprema Corte di Cassazione: n. 13810 del 27/06/05,   n. 4061 del 21/03/2001, n. 1809 del 04/03/1999  e, specificatamente per Ilor  n. 4944/2002 e 15919/2001.

Ma inaspettatamente arriva la sentenza della Cassazione n. 9784 del 14/04/2008  che sostiene che occorre valutare quanto l’omissione abbia “menomato i diritti del contribuente” il quale, per il principio dell’onere della prova (art. 2697 cc), deve dimostrare “le difficoltà incontrate ad  individuare le aliquote stesse”.

L’angoscia e l’incomprensibilità è di kafkiana memoria.

Per fortuna, pochi mesi dopo, la stessa Corte, che già aveva preso in decisione un caso analogo, con sentenza n. 15381 del 11/06/2008 ribalta l’interpretazione e non accetta, e lo scrive letteralmente, quanto sostenuto pochi mesi prima dalla citata sentenza. L’erroneità della sentenza 9784/08 è evidente giacchè non esiste l’equazione: più alta è la menomazione, più alta è la nullità.

Per dottrina e giurisprudenza non esiste la nullità parziale dell’accertamento. Il relativo avviso quando è nullo ai sensi dell’art. 42 del  600/73 (mancanza di sottoscrizione del dirigente, e/o mancata indicazione di determinati elementi, e/o mancata motivazione) lo è in toto nella sua unicità ed ai fini di tutte le imposte in esso accertate.