IMU, imposta municipale propria, è altamente incostituzionale

L’imposta sugli immobili (non imposta sulla fortuna) entrata in vigore nel 2012 in sostituzione dell’ICI  ha almeno due profili di incostituzionalità.

L’art. 53 della Costituzione prescrive:

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Capacità contributiva in dottrina ed in giurisprudenza vuol dire capacità di reddito, nel senso di avere o di produrre reddito.

Questo è il paletto fondamentale di qualsiasi sistema fiscale in tutto il mondo democratico (tranne qualche eccezione,  poco significativa in fatto di democrazia).

La struttura dell’imposta fissata dalla legge è molto semplice: un’aliquota di base, pari allo 0,76% di cui la mettà avente natura erariale -ossia con gettito riservato allo Stato-, un’aliquota ridotta, pari a 0,40%, per abitazione principale e relative pertinenze, un’aliquota dello 0,20% per fabbricati strumentali rurali.

Ai comuni viene delegata la scrittura del regolamento IMU  e l’articolazione delle aliquote e delle detrazioni al fine di rendere l’imposta equa a livello federale (territoriale).

Ma così non è stato.

Tutti i comuni hanno mirato a far cassa senza alcuna articolazione: molti comuni non hanno approvato alcuna aliquota, confermando di fatto le tre aliquote nazionali e la detrazione per l’abitazione fissata dalla legge, diversi hanno approvato solo il regolamento, mentre altri (tantissimi)  hanno aumentato l’aliquota base, fissandola al massimo livello, 1,06% , diminuendo (pochi)  quella della prima abitazione.

Il risultato è che l’imposta IMU passa alla storia come la prima con un gettito ben superiore al previsto di quasi 5milardi di euro (cosa veramente sbalorditiva) e con un carico di ingiustizia fiscale mai visto.

E’ recente la notizia che la Commissione UE l’ha giudicata poco equa ed ha chiesto all’Italia provvedimenti che la rendano più progressiva con l’introduzione di più aspetti di equità, oltre ai pochi ch’essa ha già (detrazione base, detrazione per figli prima casa) e di renderla meno distante dal reddito.

E’ veramente un grosso schiaffo-tecnico a chi, considerato per titoli e fama grande tecnico,  ha voluto simile legge.

I profili evidenti di incostituzionalità sono due.

Il primo profilo è che l’imposta colpisce anche (non è dato quantificarli, -classica imposta ad occhi chiusi- ma si presume in milioni di casi) immobili senza capacità contributiva, ossia senza capacità di reddito. Esempi:

1)impresa di costruzione di fabbricati che lavora con soldi propri o presi a mutuo. Ultimato il fabbricato le unità immobiliari rimangono invendute e sfitte. Si chiede qual’è e quant’è la capacità contributiva di tali immobili?.

2)risparmiatore che acquista un secondo o terzo immobile per affittarlo, ma rimane sfitto e nessuno lo vuole comprare per assenza di mercato;

3)lavoratore che con mutuo acquista altri immobili che rimangono improduttivi, e tali permangono anche quando va in pensione;

4)fabbricati in paesi montani con calo di popolazione notevole negli ultimi anni, sfitti e senza mercato;

5)fabbricati con reddito, ma solo “catastale”, posseduti in un, “paesino povero”, e fabbricati con stesso reddito di altro soggetto posseduto in Milano o Roma: il soggetto del “paesino povero” non ha nient’altro;  il soggetto in  Milano o Roma ha titoli, azioni, disponibilità in banca, reddito. In altri paesi europei si valuta tale fattispecie, in Italia no;

6)erede disoccupato, o con poco reddito, di unità immobiliari faticosamente costruiti dal De Cuius, sfitti ed invendibili o senza mercato. Come pagano l’IMU di migliaia di euro? Forse con un espoprio di Stato?

Il secondo profilo è prettamente tecnico, si spiega in due righe, con buona pace dei “GRANDI tecnici”, e riguarda la quota erariale. Essa si traduce nella sua applicazione in una imposta proporzionale sul reddito: sempre e per qualsiasi immobile il 3,80 per mille sul suo valore catastale, con l’occasione IMU fortemente rivalutato ed in misura proporzionale e non progressiva, ossia sulla sua “ipotetica”, ma spesso inesistente, capacità contributiva. In pratica, il massimo dell’incostituzionalità: zero reddito reale associato a zero imposta progressiva.